Il discorso del ministro Lamorgese al Forum Ambrosetti

Pubblichiamo il testo integrale del discorso del ministro Lamorgese al Forum Ambrosetti, domenica 6 settembre 2020.

L’Italia nel quadro globale. Il paese che vorrei.

Ringrazio gli organizzatori del Forum Ambrosetti dell’invito a offrire un mio contributo in questa importante occasione di approfondimento e confronto su un tema che ci coinvolge tutti, ciascuno per la propria parte di responsabilità e di impegno.
La portata delle sfide che abbiamo di fronte è stata già illustrata dagli autorevoli interventi che mi hanno preceduto.
Parlare di sicurezza non è mai semplice.

La sicurezza, infatti, è uno degli argomenti più divisivi del nostro Paese dove si confrontano, spesso con toni aspri, visioni diverse, talora radicalmente contrapposte, spesso viziate da forme di pregiudizio ideologico che tendono immancabilmente a trascinare il tema nell’agone politico, privandolo, invece, di quella che è, a mio parere, la sua primaria sostanza: essere qualcosa che ha a che fare con la libertà dei cittadini, in quanto individui, e con la libertà dello Stato, delle sue Istituzioni. E, dunque, un bene pubblico essenziale, fondamentale, certo da non abbandonare al registro emotivo della Nazione e alle sue mutevoli contingenze.

La sicurezza condivide con il concetto della libertà il fatto di poter essere declinata in senso positivo e in senso negativo.
Come, infatti, la libertà può essere libertà “da” e libertà “di”, anche la sicurezza può conoscere una dimensione inclusiva, positiva, relazionale, accanto a una visione meramente difensiva, di chiusura, dominata solo da istinti di autoprotezione.

La sicurezza raggiunta dal nostro Paese è fondata sull’idea, profondamente democratica, che non basti un Demiurgo a garantirla e che la sua costruzione, al contrario, esiga uno sforzo collettivo, basato su una dimensione orizzontale e policentrica, su una concezione tesa a esaltare le diverse competenze specialistiche e a riconoscere, allo stesso tempo, ruoli e responsabilità diverse in una chiave collaborativa e mai antagonista.

Abbiamo in Italia un modello di sicurezza all’altezza di questo ambizioso progetto? Credo di sì, e non per un approccio fideistico, ma sulla scorta di poche ed essenziali considerazioni: l’Italia vede in costante diminuzione, ormai da anni, i delitti di maggiore allarme sociale contro la persona e il patrimonio, in particolare, omicidi, rapine e furti.

Nel triennio 2017-2019, la delittuosità in generale è calata annualmente del 3 per cento circa. È cresciuto, invece, ogni anno il valore dei patrimoni sottratti alle mafie, che hanno subito colpi durissimi anche nella loro struttura militare, con centinaia di arresti e la cattura di pericolosi latitanti.

Diversamente da altri Paesi dell’Europa, l’Italia ha tenuto indenne il suo territorio dalla minaccia del terrorismo internazionale, pur celebrando in questi anni eventi di eccezionale importanza e richiamo, come l’EXPO di Milano nel 2015 e il Giubileo straordinario della Misericordia svoltosi nel 2016.

Non è quindi frutto di una retorica autocelebrativa affermare che il modello italiano di sicurezza è affidabile, capace di risultati eccellenti, con un livello di integrazione notevole tra le diverse Forze di Polizia e nel loro dialogo con l’intelligence, un modello studiato e spesso preso ad esempio dagli altri Paesi.

Abbiamo di recente fatto notevoli progressi anche nel campo sensibilissimo della sicurezza urbana, definendo con chiarezza gli ambiti di competenza di ciascun attore istituzionale, e dando centralità al ruolo dei sindaci, rafforzandone lo spazio di azione.

Spesso, anche per eccessi di protagonismo, lo scontro tra i diversi attori finiva per compromettere il raggiungimento degli obiettivi comuni, senza così produrre i risultati attesi e desiderati dai cittadini. Invece, lo sforzo di chiarire, in una chiave anche costituzionalmente orientata, le reciproche interazioni sta producendo una riduzione notevole della conflittualità interistituzionale, e promette di alimentare nuovi e proficui rapporti collaborativi.

La pars costruens del discorso sulla sicurezza non può, tuttavia, mettere in secondo piano ciò che ancora c’è da fare. L’inevitabile correlazione tra fattori locali e scenario globale, anche in tema di politiche di sicurezza, deve indurci a dare sempre più spessore alla nostra attiva presenza in campo internazionale.

È ingenuo, e allo stesso tempo utopico, credere di poter affrontare da soli vecchie e nuove emergenze. Lo sta dimostrando la crisi pandemica da COVID-19, in occasione della quale si è avvertito tutto il drammatico peso della mancanza di una strategia globale di gestione. È evidente come ricercare la collaborazione e il dialogo con gli altri Stati, le Organizzazioni Internazionali e, naturalmente, la stessa Unione europea, comporti una lunga e paziente opera di tessitura e di convincimento, affidata agli strumenti della persuasione piuttosto che a posture assertive.

Oggi, più che mai, si avverte l’esigenza di forme coordinate di intervento a livello sovranazionale che possano risultare un fattore di potenziamento, tanto delle soluzioni bilaterali quanto delle stesse politiche nazionali. Il ruolo proattivo dell’Italia nei fori multilaterali è perciò funzionale alla politica di sicurezza interna, in una dimensione crescente di interscambio tra il livello globale e quello locale.

Ciò lo si avverte sia nel contrasto alla minaccia terroristica, sia nella gestione dei flussi migratori. È su quest’ultimo terreno che emerge tutta la necessità di politiche pubbliche lungimiranti, capaci di promuovere, secondo il monito di autorevoli figure del nostro tempo, condizioni di maggiore equità su scala mondiale.

Già da tempo è emerso come il motore dei flussi migratori sia infatti strettamente dipendente dalle situazioni di drammatica crisi e di insicurezza di Stati, regioni del pianeta e popolazioni. Violazioni dei diritti fondamentali, povertà, disuguaglianze, epidemie e varie forme di vulnerabilità rappresentano, notoriamente, i maggiori fattori di spinta alla migrazione.

In questo momento i nostri sforzi si stanno indirizzando a dare sostegno ai Governi africani – specie Libia e Tunisia – aiutandoli ad accrescere la loro capacità di risposta nell’amministrazione della cosa pubblica, nella gestione dei flussi migratori e nel conseguente controllo delle frontiere terrestri e marittime.

Sono convinta che bisogna dare ancora più forza allo spirito del vertice di Malta, in cui si era condiviso il principio della solidale collaborazione nell’accoglienza dei migranti. La mia idea è che le ricollocazioni vadano portate su un piano più stringente, che presenti, se non connotazioni di una vera e propria obbligatorietà, una stretta correlazione, quasi in termini di premialità, con i meccanismi di finanziamento europei, a cominciare da quelli del Recovery Found.

Una nuova frontiera è poi rappresentata dalla cibernetica, cioè dal “territorio virtuale” in cui è destinata, in questa e nelle generazioni future, a consumarsi la sfida della sicurezza. Il livello di consapevolezza circa la minaccia cibernetica con la quale conviviamo è ancora troppo basso. Ripetuti attacchi informatici hanno dimostrato che chiunque disponga di un accesso alla rete, di motivazione e di capacità informatiche è in grado di provocare danni incalcolabili, operando nell’anonimato oppure sotto la copertura di una falsa identità digitale.

Le minacce crescono a ritmi vertiginosi, in termini sia di qualità che di quantità, e il cyberspace è diventato un’arena digitale dove l’asimmetria, la natura silente e la difficile riconoscibilità degli attori ostili sono le principali difficoltà da affrontare per continuare a garantire la sicurezza delle reti. Oltre che per la vita quotidiana dei cittadini, la sicurezza cibernetica è fondamentale per le aziende che ad essa affidano la protezione del loro know-how, dei processi industriali e spesso la commercializzazione dei loro prodotti.

Alla sicurezza del web è inoltre legato il tema della reputazione digitale, cioè della tutela dell’immagine delle persone e delle imprese. Essa è cruciale, inoltre, per la sicurezza nazionale degli Stati, chiamati a dotarsi di norme, strutture e capacità operative adeguate a prevenire e contrastare azioni ostili.

Solo così possiamo proteggere le istituzioni e le infrastrutture critiche nazionali le quali, altrimenti, sarebbero fortemente indebolite, anche in termini economici, dall’effetto domino che caratterizza gli attacchi cibernetici.

In questo complesso scenario, è fondamentale l’attività assicurata, ininterrottamente e senza soluzione di continuità, dal mio Ministero attraverso il Centro nazionale anticrimine per la protezione delle infrastrutture critiche, che opera presso la Polizia postale e delle comunicazioni.

Oltre a rappresentare, infatti, il punto di contatto per la gestione degli eventi critici delle infrastrutture di rilievo nazionale, operanti in settori sensibili, il Centro è uno snodo essenziale per lo scambio informativo tra tutti i soggetti della cybercommunity. Esso, inoltre, opera a favore della diffusione della cultura della sicurezza informatica, anche attraverso collaborazioni con Università e Centri di ricerca.

Il potenziamento del partenariato pubblico – privato e della sinergia informativa costituisce, infatti, la chiave di volta per contrastare efficacemente l’insidiosità e la mutevolezza delle minacce informatiche e per accrescere la resilienza del sistema Paese.

In questa nuova arena digitale, non ci possiamo permettere nessun anello debole: è sufficiente una singola vulnerabilità perché tutto il sistema diventi permeabile alla minaccia, mentre la condivisione di competenze, risorse, informazioni e best practices rafforza, in progressione esponenziale, la capacità di tutelare le nostre collettività.

In quest’ottica si inserisce la recente introduzione del Perimetro di sicurezza nazionale cibernetica, che mira ad assicurare un livello elevato di sicurezza delle reti, dei sistemi informativi e dei servizi informatici cui sono affidate funzioni essenziali dello Stato o la prestazione di servizi essenziali.

Con la diffusione della tecnologia del 5G, che rappresenta il livello più evoluto di interconnessione delle reti, la cybersecurity costituirà, soprattutto nel settore delle telecomunicazioni, un impegnativo banco di prova. Sarà fondamentale, dunque, proseguire, attraverso l’esercizio del Golden power, l’azione di tutela delle nostre imprese da spregiudicate incursioni volte o ad acquisirne il controllo o a operare, a loro danno, esfiltrazioni di informazioni e know how, che ne potrebbero indebolire il valore competitivo.

Concludere questo mio intervento con uno spaccato sulla sicurezza delle reti mi offre l’opportunità di ribadire il filo conduttore dei miei pensieri. Costruire la sicurezza, in tutti i campi, significa ricercare alleanze, scambiare esperienze, rafforzare le sinergie reciproche, con l’obiettivo di superare i propri limiti e gettare un ponte con i propri alleati.

In altre parole, la sicurezza si persegue costruendo con tenacia, giorno dopo giorno, solide reti fondate sulla condivisione di obiettivi e interessi, non certo erigendo muri che non saranno mai abbastanza alti per proteggerci.

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